La Poll Tax della Thatcher

[Questo articolo fa parte del capitolo 62 di Making Economic Sense di Murray Rothbard ed è apparso originariamente nell’edizione del giugno 199o di The Free Market.]

ThatcherRivolte nelle strade; proteste contro un governo odiato; poliziotti che arrestano i manifestanti. Una storia familiare di questi giorni. Ma improvvisamente scopriamo che le proteste non sono dirette contro una tirannia comunista dell’Europa orientale, ma contro il governo della Thatcher in Gran Bretagna, una presunta campionessa della libertà e del libero mercato. Cosa sta succedendo? I manifestanti anti-governativi sono dei combattenti per la libertà in Europa orientale, mentre si trasformano in anarchici impazziti e punk alienati in Occidente?

Le rivolte anti-governative a Londra alla fine di marzo erano sostanzialmente rivolte anti-tasse, e sicuramente un movimento che si oppone alla tassazione non può essere del tutto cattivo. Nondimeno, il movimento di protesta non celava in fondo un appello per spennare i ricchi, e l’ostilità per la nuova tassa della Thatcher una protesta contro la mancanza di un livellamento egualitario?

Non proprio. Non c’è dubbio che il nuovo “testatico” della Thatcher rappresenti un esperimento audace ed affascinante. I consigli dei governi locali, guidati per lo più dal partito laburista, si sono dati alle spese pazze negli ultimi anni: come nel caso delle amministrazioni locali americane, le entrate di base in Gran Bretagna derivavano dalla tassa sulla proprietà (“aliquote” in Gran Bretagna) gravanti proporzionalmente sul valore della proprietà.

Contrariamente agli economisti statunitensi conservatori, che tendono ad acclamare la tassazione proporzionale (in particolare sui redditi) definita ideale e “neutrale” per il mercato, i thatcheriani hanno deciso di implementare un differente criterio. Nel mercato, la gente non paga per beni e servizi in proporzione ai propri redditi: David Rockefeller non deve pagare $1,000 un tozzo di pane quando il resto di noi lo paga $1.50. Al contrario, vi è una forte tendenza affinché un bene abbia un singolo prezzo in tutto il mercato; un bene, … Leggi tutto

Perché la visione austriaca sulla moneta e sulle banche è così importante

Questo articolo è adattato dalla prefazione al libro Finance Behind the Veil of Money: An Austrian Theory of Financial Markets di Eduard Braun.

 

xray2Gli economisti classici avevano rigettato l’idea secondo cui l’insieme della spesa monetaria – in gergo corrente: domanda aggregata – fosse una forza trainante della crescita economica. Le vere cause della ricchezza delle nazioni risiedono in fattori non-monetari come la divisione del lavoro e l’accumulazione del capitale tramite il risparmio; la moneta entra in gioco in qualità di intermediario dello scambio, nonché come bene rifugio. I prezzi in denaro sono anch’essi fondamentali per l’amministrazione finanziaria ed il calcolo economico. Purtuttavia, la moneta esprime tutti questi benefici indipendentemente dalla sua quantità: una modesta quantità di denaro permette tali attività esattamente quanto una ingente. Non è quindi possibile tirar fuori una società dalla povertà, o renderla più ricca, incrementando la quantità di moneta. Al contrario, tali obiettivi possono essere raggiunti attraverso il progresso tecnologico, una maggior parsimonia ed una miglior divisione del lavoro o, ancora, mediante la liberalizzazione del commercio e l’incoraggiamento al risparmio.

Gli Austriaci sono i veri eredi degli economisti classici

Per oltre un secolo, la scuola Austriaca di economia ha – quasi da sola – sostenuto, difeso e ridefinito questi concetti basilari. Inizialmente, Carl Menger e i suoi allievi avevano considerato se stessi, così come erano considerati da tutti gli altri, quali critici dell’economia classica. Tale percezione “rivoluzionaria” era corretta relativamente al fatto che gli Austriaci, inizialmente, si trovavano principalmente impegnati nel correggere ed estendere l’impostazione intellettuale dei classici.

A posteriori, tuttavia, è possibile notare più continuità che elementi di rottura: la Scuola Austriaca non intendeva soppiantare l’economia classica con una scienza completamente nuova. Relativamente al messaggio principale dei classici, quello inerente alla ricchezza delle nazioni, gli austriaci sono stati i loro eredi intellettuali: non cercavano di demolire la teoria di Adam Smith da cima a fondo, ma di correggerne i limiti e svilupparla.

Oggigiorno, il messaggio … Leggi tutto

I disastri naturali non aumentano la crescita economica

La stagione degli uragani è alle porte e, ogni volta che un uragano colpisce, i commentatori televisivi e radiofonici, così come quelli che dovrebbero essere economisti, frettolosamente annunciano l’impatto positivo sulla crescita che segue le vicissitudini naturali. Ovviamente, se questo fosse vero, perché aspettare per la prossima calamità? Creiamone una radendo al suolo la città di New York e ammiriamo lo slancio generato. Distruggere case, palazzi e attrezzatura indubbiamente aiuterà parti dell’industria edile e, possibilmente, economie regionali, ma è un errore concludere che spingerà la crescita generale.

Questo popolare luogo comune è tirato in ballo ogni anno, nonostante Freédéric Bastiat, nel 1848, chiaramente lo accantonò con la sua parabola della finestra rotta. Ipotizziamo di rompere una finestra. Chiameremo il vetraio e lo pagheremo 100 dollari per la riparazione. Le persone che guardano diranno che è una cosa positiva. Cosa sarebbe successo al vetraio se non ci fossero state finestre rotte? I 100 dollari permetteranno al vetraio di comprare altri beni e servizi, creando utili per gli altri. Questo è “ciò che si vede”.

Se invece la finestra non fosse stata rotta, i 100 dollari sarebbero potuti servire per comprare un nuovo paio di scarpe. Il calzolaio avrebbe fatto un acquisto e avrebbe speso i soldi in modo diverso. Questo è “ciò che non si vede”.

La società (in questo caso, questi tre suoi membri) sta meglio se la finestra non fosse stata rotta, perché saremmo rimasti con una finestra intatta ed un paio di scarpe, invece che solo una finestra. La distruzione non porta a più beni e servizi o crescita. Questo è ciò che dovrebbe essere previsto.

Uno dei primi tentativi di quantificare l’impatto economico di una catastrofe fu un libro del 1969, The Economics of Natural Disasters. Gli autori, Howard Kunreuther e Douglas Dacy, studiarono ampiamente il caso del terremoto dell’Alaska del 1964, il più potente mai registrato in Nord America. Loro, prevedibilmente, conclusero che gli abitanti … Leggi tutto

Siamo già oltre il baratro fiscale…

2 Gennaio 2013fiscal_cliff – Parere sulla Mozione di Concordato all’interno degli emendamenti del Senato all’H.R. 8

A dispetto di quanti affermano che, con la votazione di questa mattina, l’Amministrazione ed il Congresso hanno salvato l’America dal “fiscal cliff”, voglio rimarcare che le spese governative hanno già spinto gli americani nel baratro. Solamente serie riduzioni alle spese federali avrebbero permesso a questa caduta libera di non concludersi in un atterraggio rovinoso, ma gli eventi del mese scorso dimostrano che la maggior parte dei funzionari eletti restano responsabili dell’espansione dello Stato sociale-militare.

C’è stato un gran clamore per i tagli “draconiani” che sarebbero stati fatti dai sequestri di bilancio (tagli sistematici in tutti i settori della spesa pubblica, NdR); ma, a dirla tutta, i sequestri non tagliano neanche un punto di spesa. Stando al suddetto piano, la spesa del governo aumenterà di $1,6 bilioni nei prossimi otto anni. Il Congresso lo chiama taglio perché, in mancanza di sequestri, la spesa lungo lo stesso arco temporale sarebbe aumentata di $1,7 bilioni. In ogni caso, si tratta di un incremento di costo.

Nondimeno, anche questi minuscoli tagli nel “tasso di spesa progettato” erano troppo grandi per essere sopportati dai politici di Washington. Con “l’accordo” dell’ultimo minuto siamo giunti nel peggiore degli scenari possibili: tasse più alte, da subito, praticamente per tutti i cittadini e la solita promessa di trattare queste modeste riduzioni nell’aumento di spesa quando staremo già precipitando da due mesi. Eravamo già passati attraverso un percorso simile quando, nel 2011, i Repubblicani chiesero queste esigue riduzioni delle spese governative in cambio di un massiccio innalzamento del tetto al debito. Man mano che questo momento si avvicinava, entrambi gli schieramenti  proclamavano di evitare persino queste insignificanti manovre.

Non cadiamo in errore: l’aumento di spesa è un problema bipartisan. Si crede, generalmente, che un partito rifiuti ogni riduzione delle spese militari, mentre l’altro rifiuti di accettare qualsiasi restringrimento dei programmi … Leggi tutto

Ron Paul: Farewell to Congress

Questa potrebbe essere l’ultima volta che parlo in quest’aula. Alla fine dell’anno lascerò il Congresso, dopo 23 anni in carica nell’arco di 36 anni. I miei obiettivi nel 1976 erano gli stessi di oggi: promuovere la pace e la prosperità nel rigoroso rispetto dei principi di libertà individuale.