Valute del futuro

Molte persone si lamentano del controllo dello stato sulla moneta, ma solo pochi fanno qualcosa al riguardo. Non sto parlando dei movimenti “audit the FED,” e così via. Sto parlando di una vera innovazione che ponga fine al pugno di ferro dello stato sul sistema monetario.

Ad alcuni di noi vecchi potrebbe far piacere ritornare ai giorni in cui si davano dollari d’argento per un bicchiere di whisky, ma le nuove generazioni per il loro Negroni pagano con moneta virtuale. Per servire questo mercato, è apparso spontaneamente un nuovo mondo di valute virtuali.

In un dibattito, Mitt Romney ha detto: “Non potrete avere gente che apre banche nel proprio garage e conceda prestiti.”

Davvero? Alcune persone stanno pensando proprio a questo e proseguono anche nel creare nuove unità di conto. Potreste pensare che queste persone siano pazze. Dopo tutto, per essere denaro vero e proprio, una moneta deve avere un valore non monetario, un alto valore per unità di peso, un’offerta abbastanza stabile ed essere divisibile, durevole, riconoscibile ed omogenea. Oro e argento soddisfano queste richieste perfettamente. Ma questo significa che qualcos’altro (o una serie di cose) non possa?

Il denaro si sviluppa come bene più commerciabile che a sua volta viene utilizzato per il commercio indiretto. Storicamente, questo ruolo è stato ricoperto da oro e argento. Tuttavia, gli stati hanno lavorato duramente per demonetizzare l’oro e l’argento (con imposte sui metalli preziosi e le leggi del corso legale). E mentre alcune persone giurano di conservare la loro ricchezza in oro e argento, rispetto a tutte le altre attività finanziarie, la percentuale di portafogli investiti in metalli preziosi è solo l’1%.

L’idea che lo stato possa presto ri-presentare la sua moneta in oro, quando l’unico modo per cui i governi federali possono restare sul mercato è grazie ad una stampante, è ingenua. I governi hanno sempre manipolato e continueranno a manipolare il valore delle loro valute fino a farlo coincidere … Leggi tutto

Banche, Inflazione e Grande Guerra

Pubblichiamo di seguito il primo estratto dalla traduzione italiana di Stefano Libey Musumeci dell’opera Banking and the Business Cycle di C. A. Phillips, T. F. McManus e R. W. Nelson.

I brani proposti sono i capitoletti Banking in Relation to War Finance (3), Extent of Inflation (5) e Forces Underlying Inflation (6), contenuti nel capitolo II Generating the Great Depression.

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Acronimi
FRA = Federal Reserve Act
FRS = Federal Reserve System

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3. Il sistema bancario e la Grande Guerra

La Guerra Mondiale fu probabilmente la guerra più riprovevolmente finanziata nella storia dal punto di vista di una sana politica fiscale. La minor parte dei costi monetari della guerra fu finanziata dalla tassazione, mentre la maggior parte di questi costi fu finanziata dall’inflazione del primo o del secondo tipo, rendendo così la metodica di finanziamento di questo conflit3671to diversa da qualunque metodica di finanziamento bellico del secolo scorso [1]. Hartley Withers stima che nel caso dell’Inghilterra il 17,5% dei costi della guerra fu coperto dalla tassazione [2], e Josiah Charles Stamp afferma che da questo punto di vista l’Inghilterra si comportò meglio di qualunque altro stato belligerante europeo [3]. Altrove Stamp stima che nel caso dell’Inghilterra il 63% dei costi delle Guerre Napoleoniche fu coperto dalla tassazione [4]. Il Report of the Committee on War Finance dell’American Economic Association stima che negli Stati Uniti la porzione dei costi della Grande Guerra coperta dalla tassazione fu pari al 25% [5]. Come detto in precedenza, tutti i Paesi coinvolti nella Grande Guerra, con l’eccezione degli Stati Uniti, ricorsero all’antico espediente inflattivo delle banconote. Ma gli Stati Uniti, insieme a praticamente tutte le altre nazioni, utilizzarono quella forma di finanziamento bellico che Withers chiama «il modo peggiore di ottenere fondi monetari per la guerra o per qualunque altro proposito» [6] e che Oliver Mitchell Wentworth Sprague sostiene essere «la più potente causa del generale incremento dei prezzi durante i periodi … Leggi tutto

Fa’ la cosa giusta – I parte

Lo scritto costituisce traduzione integrale del saggio “On doing the right thing” dell’omonima raccolta di scritti (1928) di Albert Jay Nock, pensatore statunitense radicale (definito da Rothbard “Tory Anarchist”, così come Henry Louis Mencken) dei primi decenni del Novecento. Il testo integrale è scaricabile qui. Ne consigliamo caldamente la lettura.

Mises Italia

Di recente honock dovuto sfortunatamente trascorrere un bel po’ di tempo a Londra, proprio mentre soffiava vento da est; ed in queste deprimenti circostanze mi è venuta l’idea di mostrare perché la tanto decantata comprensione tra gli inglesi e noi (americani, NdT) non potrà mai realmente esistere.

A dispetto della Sulgrave Foundation (1) e di tutte le grossolane fesserie sulla cousinship (2) partorite durante le cene della Pilgrims’ Society (3); nonostante la famosa marcia di Sousa “Hands across the Sea”, le tradizioni comuni, gli ideali comuni, e quello che Mr. Dooley (4) ha chiamato “th’ common impulse f’r th’ same money” (5) – solo quest’ultimo, credo, non sia mai menzionato – questi due popoli non riusciranno in nessun modo a capirsi. Ci sono parecchie ragioni influenti, ignorate o trascurate, in contrasto con questa tesi; una di queste, ad esempio, è rappresentata dal linguaggio. Un americano può emettere suoni a cui un inglese attribuirà approssimativamente lo stesso significato; di conseguenza si presume che essi possiedano un linguaggio comune, mentre, a dire il vero, non hanno nulla del genere. Sostanzialmente la lingua non permette una vera comprensione reciproca; piuttosto, il contrario: credo, infatti, si avvicinerebbero maggiormente ad una tale comprensione se entrambi ne dovessero imparare una nuova per comunicare. Molte altre ragioni nascono invece da recondite ed apparentemente insignificanti differenze nell’educazione, nelle abitudini, nelle relazioni sociali, nelle procedure istituzionali e nel consueto modo di vivere, e contano di più, suppongo, rispetto a quelle derivanti da questioni più gravi. Come ho detto, ho avuto la vaga idea di estrapolarne ed esporne alcune, ma l’indolenza ha così persistentemente interferito che mai … Leggi tutto

L’origine dell’imposta sul reddito

«Le libertà conquistate1597 dai cittadini statunitensi nel 1776 furono perdute nella rivoluzione del 1913». Così si esprime Frank Chodorov [1]. Se la casa di un uomo era una volta il suo castello, l’imposta reddituale ha dato al governo la chiave di ogni porta e il diritto di cambiare la serratura.

Oggi i cittadini degli Stati Uniti non sono più i padroni e il governo non è più il servitore. Come è potuto succedere? La rivoluzione combattuta in nome dei diritti naturali inerenti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità aveva promesso l’ipostatizzazione dell’individuo. Invece, la tassazione federale corrompe gli stati e gli individui per servire gli interessi della volontà centralistica.

Come ha potuto radicarsi la schiavitù fiscale nella terra della libertà?

1812

La prima proposta per l’introduzione di una imposta reddituale negli Stati Uniti risale alla Guerra del 1812. Dopo due anni di guerra, il governo federale aveva accumulato 100 mln USD di debito, cifra incredibile per allora. Al fine di finanziare la guerra contro la Gran Bretagna, il governo raddoppiò le aliquote della sua fonte principale di entrata – le tasse sulle importazioni – paralizzando il commercio e provocando una riduzione nei proventi governativi rispetto a quando i saggi tributari erano inferiori. Al culmine della guerra, furono applicate accise su articoli e commodity; anche beni immobili, schiavi e terra furono tassati. Dopo la fine della guerra, nel 1816, queste tasse furono abolite e, a compensazione, fu istituita un’elevata tariffa protezionistica per redimere il debito bellico accumulato. Fortunatamente, la nozione di imposta reddituale fu debellata.

Lo spirito malevolo della tassa sul reddito riapparve però come provvedimento finalizzato a finanziare l’esercito dell’Unione contro l’azione secessionistica della Confederazione. La guerra costò, mediamente, 1.750.000 USD al giorno [2]. Per sostenere l’entità della spesa, il Congresso repubblicano prese in prestito in modo massivo, raddoppiò le tariffe protezionistiche (la Morrill Tariff provocò, inizialmente, la secessione del Profondo Sud), svendette terreni pubblici, implementò un … Leggi tutto

Anche i conservatori amano le tasse

I conservatori odiano le tasse e vorrebbero un governo limitato, vero? Beh, solo in teoria. Quando sentite un conservatore elogiare i prodotti locali e chiedere dazi contro i produttori stranieri che "fanno concorrenza sleale" stanno chiedendo esattamente il contrario: più tasse e più stato.

L’impervia strada della tassazione in America

Nessuna rivoluzione moderna affonda le radici nella tassazione come quella delle Tredici Colonie del Nord America Britannico. La tassazione inglese non causò solo la rivoluzione, ma, molto più importante, agì da forza unificante tra le colonie. Le una volta disorganizzate e litiganti colonie, si strinsero sulla causa dell’imposizione fiscale senza consenso, prendendo le armi contro la gran Bretagna, formando finalmente gli Stati Uniti d’America. Il movimento di indipendenza americano non ha radici profonde; cominciò nel 1766 quando i leader coloniali si incontrarono per protestare contro le imposte e tasse britanniche attraverso lo Stamp Act. Il Congresso sullo Stamp Act sancì la vera nascita degli Stati Uniti.