L’Azione Umana di Ludwig Von Mises

In questa mini serie di tre articoli, voglio focalizzare la mia attenzione su tre libri che sono fondamentali per la tradizione austriaca moderna in economia e offrire un riassunto dei loro principali contributi. Inizio questa settimana con l’Azione Umana di Ludwig Von Mises È difficile sintetizzare in un articolo uno dei più importanti, ed uno dei più lunghi, trattati di economia del ventesimo secolo. Le tre idee chiave del libro sono l’enfasi sulla natura soggettiva del valore, della conoscenza e della scelta umana; il mercato come processo e il ruolo che i mercati rivestono nel facilitare un’ampia cooperazione sociale.

Ezra Klein sul gold standard: non distingue il piromane dal pompiere

Ezra Klein cerca di screditare il gold standard usando le obiezioni standard che vengono sempre fatte. Ma sono obiezioni legittime, oppure si risolvono con il fare un falso confronto tra un gold standard imperfetto, da una parte, e una Federal Reserve mitizzata e divina, dall'altra?

L’intervento pubblico non è la via d’uscita dalla crisi!

Prima dell’avvento del Keynesismo, quasi tutte le recessioni duravano poco dal momento che i produttori era lasciati liberi di ricombinare le tessere del puzzle in combinazioni migliori. È proprio la mancanza di fiducia nel mercato, assieme alla mal riposta fiducia nel processo politico, prodotti dalla dottrina keynesiana ad averci portato a pensare che uno stimolo pubblico sia necessario ed efficiente per farci uscire dalla crisi. Hayek e gli Austriaci, invece, ci hanno dato buone ragioni per pensare altrimenti.

L’economia non è materialista

L’economia non è qualcosa di materialista. Non diamo la priorità ai beni materiali su quelli immateriali. Il valore è in tutto ciò che le persone ritengono sia in grado di soddisfare i loro bisogni

Il capitalismo discrimina le donne?

Il Capitalismo è spesso accusato di tante cose di cui non è responsabile. Purtroppo è una realtà con cui noi che difendiamo l’economia di mercato abbiamo imparato a convivere. Tra le accuse mosse contro il capitalismo, una è quella che sia discriminatorio verso le donne. Un paio di settimane fa ho discusso la disuguaglianza salariale tra uomo e donna, che spesso è utilizzata come esempio di quanto il capitalismo discrimini le donne.  Vengono presentate poi altre argomentazioni, come che favorisca il “patriarcato” o faccia in modo che le donne siano considerate cittadini di seconda classe. In realtà il capitalismo ha fatto molto più bene, che male, alla condizione femminile.

Uno dei migliori esempi è il modo in cui l’economia di mercato abbia reso possibile l’indipendenza economica delle donne, in particolare grazie alla loro partecipazione crescente al mondo del lavoro. Questo significativo aumento nel tasso di occupazione femminile è probabilmente il più importante evento demografico degli ultimi 100 anni. Fornendo alle donne una loro fonte di reddito, il capitalismo le ha rese più forti in molti modi; per esempio, i cambiamenti nelle dinamiche matrimoniali hanno consentito alle donne di uscire da relazioni che prima non avrebbero potuto troncare. L’indipendenza economica delle donne ha trasformato la famiglia anche in altri modi.

Possiamo guardare l’aumentata partecipazione delle donne al mondo del lavoro da due direzioni, come spesso facciamo in economia. Il Capitalismo ha, infatti, sia domandato più lavoro femminile, sia offerte le condizioni che rendessero più facile per le donne fornirlo.

Domanda in crescita

Il lato della domanda è forse quello più immediato. La crescita economica che il capitalismo ha generato dopo la rivoluzione industriale e nel primo quarto del ventesimo secolo ha avuto due conseguenze. In primo luogo ha incrementato la domanda di lavoro in generale. Man mano che i salari crescevano e i lavoratori (in gran parte uomini) diventavano più benestanti, questi ultimi iniziarono anche a comprare di più. La crescente … Leggi tutto

Creare occupazione o produrre valore?

Prendersela con Paul Krugman, editorialista del New York Times, è uno degli sport preferiti dalla rete. E lo è giustamente, visto che spesso e volentieri fa affermazioni ridicole che meritano una risposta da chi comprende le basi dell’economia meglio di lui, pur non avendo vinto un premio Nobel. Il suo articolo del 26 gennaio, “Jobs, Jobs and Cars,” lo vede di nuovo protagonista nel proporre uno di questi ragionamenti. Questa volta l’argomento è la creazione di posti di lavoro.

Krugman sostiene che i Repubblicani, quando parlano di lavoro, mettono troppa enfasi sugli “eroici imprenditori” invece di riconoscere che “le aziende di successo – o comunque quelle che contribuiscono in modo significativo all’economia del paese – non esistono in isolamento.” Per Krugman questo significa che ricevono un sacco di aiuto dal governo. Anche se non rappresento tutti i politici Repubblicani, posso però affermare che la visione di Krugman su quali siano le argomentazioni a favore del libero mercato è completamente sbagliata.

La difesa del libero mercato, infatti, si fonda precisamente sul fatto che l’entrepreneur è collocato in un contesto sociale che lo aiuta a determinare quanto efficaci saranno le sue azioni. Il più eroico imprenditore che possiamo concepire non sarà molto produttivo se incatenato dalle regolamentazioni del governo o se tenterà di operare in una società dove i diritti di proprietà sono mal definiti o poco difesi. Come Ludwig Von Mises aveva compreso già nel 1920, questa è la stessa ragione per cui gli imprenditori di successo falliscono in modo spettacolare quando tentano di amministrare le agenzie pubbliche come se fossero imprese private: ciò che conferisce all’entrepreneur la possibilità di avere successo sono i infatti segnali forniti dal mercato, necessari per determinare ciò che le persone desiderano e in che modo è possibile produrlo. Anche l’uomo più intelligente del mondo farà fatica ad imparare qualcosa ma se il suo insegnante, per scrivere sulla lavagna, usa un gessetto nero in … Leggi tutto

La parabola dei semafori rotti

Supponiamo che in un pomeriggio di sole in una grande città in qualche parte del mondo occidentale, un uomo scopra, al suo risveglio da un pisolino di due ore, che mentre dormiva sono avvenuti diverse centinaia di incidenti stradali in città. Si chiede il perché. In primo luogo considera la possibilità che la causa sia il tempo, ma un sole splendente allontana questo pensiero. Le probabilità che molte centinaia di automobili abbiano problemi meccanici simultanei sembra infinitamente piccola, quindi scarta anche questa ipotesi. Riflette ulteriormente sulla questione e alla fine si chiede se gli automobilisti in quella bella città abbiano appena avuto un attacco di psicosi di gruppo o di delirio di massa. Anche qui probabilità sembrano piuttosto basse.

Mentre il suo cervello si risveglia lentamente, si imbatte nel probabile colpevole: ci deve essere qualcosa di sbagliato con i semafori. Conclude che le luci non funzionano, il che lascia agli automobilisti libera interpretazione della precedenza agli incroci. Ciò, si chiede, causerebbe molti incidenti? Si gira verso la moglie e suggerisce questa spiegazione. Lei risponde: «Se arrivi a un semaforo e vedi che non funziona, non rallenti e procedi con cautela? Infatti, dopo l’Uragano Katrina, le persone a New Orleans non trattarono i semafori rotti come uno stop per tutte e quattro le vie, senza che nessuno suggerisse esplicitamente questa soluzione?» Il nostro collega riconosce la perspicacia della moglie e continua a riflettere.

Presto lo colpisce un pensiero: Forse i semafori non erano del tutto rotti, ma tutti segnalavano il verde. Se tutte le luci fossero state verdi, i conducenti non avrebbero avuto alcun motivo di pensare che le luci non funzionavano e quindi avrebbero potuto procedere in ogni incrocio — con il risultato di centinaia di incidenti. Al nostro collega colpisce anche il fatto che le luci verdi non solo sono un sinonimo di via libera, ma indicano pure che il traffico sulle altre strade si è fermato. Questo è … Leggi tutto