Tutti i mali della democrazia

democracyUn tempo si diceva: “la democrazia è la parola che, più di ogni altra, si adatta un po’ a tutto; una sorta di coperchio che va bene per tutte le pentole”. In effetti, regimi politici caratterizzati dai più disparati tratti istituzionali si fregiano del titolo di “democrazia”; esattamente come i più totalitari dei regimi comunisti. Spesso, la migliore cartina al tornasole per testare le credenziali democratiche di un Paese era che lo stesso non fosse associato alla parola “democratico”: basti comparare la Repubblica Federale tedesca, con la omologa Repubblica Democratica.

Un altro esempio particolarmente istruttivo della totale vacuità del termine si può ravvisare nell’elezione del Presidente marxista Salvador Allende, nel Cile del 1970. È sempre stato proclamato come un comunista democratico, che è stato messo in ginocchio dall’America e dal suo capitalismo internazionale. Eppure, egli ottenne solo il 36 per cento nelle elezioni presidenziali e dovette far fronte ad una vasta opposizione in seno al Congresso. Ma, nonostante tutto ciò, Allende si sentì autorizzato a socializzare il Cile sotto l’egida della democrazia.

Una chiave di lettura del problema può essere quella di utilizzare una distinzione,  mutuata da logiche argomentative positiviste, ormai non più in voga: intesa a discernere l’accezione emotiva veicolata dal termine, rispetto al suo significato meramente descrittivo. Alcune parole, infatti, possono trasmettere informazioni rappresentative del mondo, similmente a quelle utilizzate per le previsioni meteorologiche -mentre altre sono formulate non certo per dirci qualche cosa di importante,  ma per agire sulle nostre emozioni e catturare il nostro consenso: ne siano ad esempio gli slogan pubblicitari e la propaganda politica. Questo è sicuramente vero per il termine “democrazia”: se qualcuno confessasse di essere anti-democratico, costui sarebbe immediatamente tacciato di fascismo. Nell’ambito della sua connotazione emotiva, ogni sorta di implicazione positiva – che si vada dalla libertà, ai diritti, dalla regola di maggioranza, all’interesse pubblico –è ammantata e sdoganata con il marchio di fabbrica della “democrazia”.

Ciò premesso, un punto di … Leggi tutto

Cantoni Virtuali

In futuro, quando qualche studioso traccerà la storia dell’idea di aterritorialismo o di governi post-territoriali, farà probabilmente riferimento a questo saggio, oltre al classico testo di De Puydt sulla Panarchia e agli scritti e alle attività di quella mente geniale che è John Zube. Cantoni Virtuali presenta l’inizio dell’idea di aterritorialismo (la fine della sovranità centralistica e monopolistica dello Stato) nella maniera più chiara possibile.