Come la matematica può rendere le persone irragionevoli

GrouchoEconProfTalvolta, la matematica è in grado mettere a tacere persino una persona sveglia e capace. Permettetemi di chiarire questo concetto: non intendo dire che sia intellettualmente limitata perché non riesce a familiarizzare con questa disciplina; dopotutto, la matematica è una materia fortemente astratta e impegnativa, può richiedere molti anni (anche decenni) di studio e, d’altro canto, esistono molte persone intelligenti poco propense a comprenderla e con scarse attitudini ad utilizzarla. Ciò che intendo, in realtà, è altro: molto spesso, la matematica viene usata per raggirarle allo scopo di far accettare argomentazioni decisamente sciocche – e, spesso, rasentano livelli di ottusità tali che se tentaste di rappresentarle sprovviste dei loro drappeggi e orpelli matematici, vi rendereste immediatamente ridicoli agli occhi di tutti coloro che, al liceo, furono rimandati in algebra di base.

La pericolosità delle trattazioni matematiche si cela nell’assurdità dei ragionamenti da questi potenzialmente sottesi, senza che la stessa venga avvertita dai diretti interessati, i quali si ritrovano, loro malgrado, con la mente persa nella verbosità di equazioni inadatte a farvi penetrare il dovuto buon senso. In qualità di insegnante di statistica, sono obbligato costantemente ad evitare che questi problemi insorgano tra i miei studenti[1]. Una delle principali difficoltà riscontrate nell’insegnare matematica applicata è rappresentata dalla confusione che può ingenerarsi negli studenti, impegnati nell’utilizzo degli strumenti forniti da questa disciplina, inducendoli a smarrire le loro abilità di ragionamento sensibile nel trattare la natura dei problemi per le cui descrizioni la matematica è stata concepita.

Uno degli errori più comuni dell’analisi matematica consiste nel non comprendere quando una tesi matematica prova troppo. Ciò si verifica allorché lo stesso ragionamento può essere implementato su un piano più generale, anziché nella fattispecie considerata e, se esteso ad altri casi, conduce a conclusioni che sono chiaramente contraddittorie[2]. Per quanto ciò possa avvenire con una certa regolarità – nel ragionamento non matematico -, si tratta di un pericolo particolarmente grave a cui si espone … Leggi tutto

L’austerità ha provocato la crisi europea?

Dall’inizio del 2012Britain Demonstration la maggior parte delle economie europee sono in recessione (o ci vanno molto vicino). I tassi di disoccupazione stanno raggiungendo livelli record. Nel frattempo, imperversa il dibattito sugli effetti deleteri delle misure di “austerità”. Diversi capi di governo, ministri delle finanze ed i funzionari dell’Unione europea hanno dichiarato: “l’austerità è andata troppo oltre e sta impedendo la ripresa”.

Economisti keynesiani come Paul Krugman ritengono questo prova inoppugnabile del fatto che le politiche di stimolo adottate all’inizio della crisi finanziaria (2008-09), non avrebbero mai dovuto essere invertite e sostituite da misure di austerità, nonostante l’esplosione del debito pubblico da esse provocato.

Nella visione keynesiana, quando le risorse inattive sono lasciate inutilizzate dal settore privato, i governi dovrebbero fare la loro parte e smetterla di preoccuparsi dei deficit di bilancio, iniziando a spendere.

Mentre i keynesiani e gli altri economisti di professione vedono le recessioni quali eventi imprevisti e disastrosi da prevenire, gli economisti della scuola austriaca li spiegano come il risultato inevitabile di un insostenibile boom precedente, provocato dalla eccessiva espansione del credito e dalle politiche interventiste.

Per gli austriaci, la recessione è, in realtà, la cura per eliminare le distorsioni accumulate  durante il boom. Le risorse sprecate in usi improduttivi devono essere liberate e trasferite verso settori sostenuti da una domanda reale. Purtroppo, questo richiede tempo e alcune risorse resteranno inattive finché gli imprenditori troveranno il modo migliore per utilizzarle. Questo significa che, temporaneamente, ci saranno tassi più elevati di disoccupazione, fabbriche chiuse o utilizzate a metà in attesa di riorganizzazione e risorse finanziarie parcheggiate in investimenti a breve termine anziché in progetti a lungo termine.

I governi non dovrebbero cercare di evitare questo processo di riallocazione. Semplicemente, i programmi di stimolo keynesiano e i salvataggi non fanno altro che ritardare la ripresa e prolungare i processi economici insostenibili del boom; inoltre, creano un clima di incertezza per quanto riguarda debiti e tasse, scoraggiando gli investimenti … Leggi tutto

L’equilibrio in assenza di Stato

6339La società di mercato in assenza di Stato — un’organizzazione pacifica basata su rapporti volontari tra gli individui, in cui lo Stato è assente — non è un’idea molto popolare. La stragrande maggioranza delle persone crede che questo tipo di formazione sociale non riuscirebbe a definire ed a far rispettare i diritti di proprietà, piombando nel caos, nella tirannia dei ricchi o in un ritorno allo Stato. Questa convinzione ha portato ad un rifiuto diffuso del paradigma di una società funzionante senza Stato.

Murray Rothbard è considerato da molti il campione della dottrina di una società in assenza di Stato. Tuttavia, anch’egli ammise che “non esiste alcuna garanzia assoluta che una società di mercato non possa cadere preda della criminalità organizzata.”[1]

Per quanto immaginare “garanzie assolute” per una qualsiasi organizzazione sociale sia, generalmente, inappropriato, sostengo altresì che vi siano buone ragioni per credere che esiti negativi come il caos, la tirannia dei ricchi, o financo la “criminalità organizzata” siano alquanto improbabili in assenza di uno Stato.

Per dimostrarlo, valuterò le forze economiche che governano lo sviluppo di ogni organizzazione umana e che la tengono unita. Vi mostrerò come le caratteristiche economiche di una società senza Stato promuovano la non-violenza e la cooperazione, disincentivando la coercizione, il furto e l’estorsione. Questo viaggio analitico ci porterà anche a capire come il collante che salda società e Stato, nella loro forma attuale, non è altro che la paura di un nemico immaginario. Coloro che si riveleranno essere capaci di superare tale timore possono gettare le basi di una società senza Stato.

Né caos, né tirannia

La tipica storia che si sente, allorquando viene messa in discussione la necessità dello Stato, ripropone il classico antagonismo di ogni individuo verso l’altro e la razzia delle rispettive risorse; inoltre, dal momento che non ci sarebbe lo Stato a “regolare” questa situazione, ne deriverebbe il caos. Tutti trarrebbero, presumibilmente, vantaggio dal derubarsi a vicenda. … Leggi tutto

Come lo Stato annienta la coscienza morale degli individui

“Non rubare” è una regola di condotta antica almeno quanto il mondo. E non avrebbe potuto essere altrimenti, pena l’impossibilità dello sviluppo di qualsivoglia società complessa.

Ci hanno insegnato sin da piccoli a rispettare ciò che appartiene agli altri: “Non prendere i giocattoli di tua sorella, senza il suo permesso”, ci ammoniva nostra madre, punendoci se ci fossimo ostinati a persistere nella nostra condotta scorretta di “furfantelli” ai primi passi. Con il trascorrere del tempo, a tre anni, eravamo in grado di capire benissimo la differenza tra il “mio” e il “tuo”. E se non avessimo preso la lezione a cuore e ci fossimo protratti, ben oltre l’infanzia, a trattare la proprietà altrui come qualcosa da cui attingere liberamente, giungendo sino ad impossessarcene, allora saremmo stati considerati alla stregua di sociopatici, di nemici della decenza, se non addirittura della civiltà stessa.

Tuttavia lo Stato, per come lo conosciamo, si fonda interamente su questo tipo di sociopatia. I governanti, semplicemente, si impossessano di ciò che non gli appartiene e ne dispongono per soddisfare i loro porci comodi.

Nel momento in cui lo Stato, in tempi recenti,  ha assunto una posizione di assoluto predominio su un determinato gruppo di persone, quest’ultime si sono certamente rese conto del fatto che le sue acquisizioni non sono poi tanto differenti da un saccheggio. Tali persone sono costrette a pagare semplicemente perché, poste di fronte all’inappellabile scelta “tra la borsa e la vita”, preferiscono continuare a vivere.

Ma nel momento in cui lo Stato, da tempo, si è insediato ed imposto nell’ambito di un dato contesto sociale, ecco allora che le sue pretese diventano, né più né meno, che un “atto dovuto”,  configurandosi come una mera presa d’atto dei fatti; e le stesse persone tendono a perdere la loro consapevolezza circa l’incontestabile truismo che quanto ricevuto dallo Stato corrisponde, sempre e comunque, a dei beni in precedenza rubati, posto che lo Stato, non possedendo legittimamente nulla … Leggi tutto

Ossessionati dalla Megalomania

La seguente intervistahoppe con Hans-Hermann Hoppe è stata pubblicata sul settimanale tedesco Junge Freiheit del 2 Novembre 2012 ad opera di Moritz Schwarz.

Le tasse sono nient’altro che “pizzo”? Lo stato è una sorta di mafia? La democrazia è un imbroglio? Il filosofo Hans-Hermann Hoppe non è solo considerato uno dei pionieri intellettuali di punta del movimento libertario, ma anche uno dei critici più taglienti del sistema politico occidentale.

Professor Hoppe, nella sua raccolta di saggi “Der Wettbewerb der Gauner” (“The Competition of Crooks”, La Competizione dei Truffatori) lei scrive che “il 99% dei cittadini, alla richiesta se lo stato sia necessario, risponderebbe <sì>”. Anche io! Perchè sbaglio?

Hoppe: Tutti noi, fin dall’infanzia, siamo stati modellati da istituzioni statali o comunque regolate dallo stato: asili, scuole, università. Quindi il risultato che lei ha menzionato non sorprende. Tuttavia, se le avessi chiesto di accettare ad una istituzione che ha l’ultima parola in ogni conflitto, persino quelli in cui è lei stessa parte in causa, mi avrebbe certamente risposto: “No!” – a meno che lei non speri di comandare l’istituzione stessa.

Ehm….giusto.

Hoppe: Naturalmente, poiché comprende che una tale istituzione potrebbe non solo mediare nei conflitti, ma anche causarli,  risolvendoli a suo vantaggio. Con questa consapevolezza io, tanto per cominciare, vivrei nella paura per la mia vita e per la mia proprietà. Eppure, è precisamente questa, cioé il potere finale di risoluzione delle controversi, che è la caratteristica specifica dell’istituzione chiamata “Stato”.

Corretto, d’altra parte lo stato è basato su un contratto sociale, che fornisce all’individuo protezione e spazio per l’appagamento dei propri desideri, che senza lo stato non avrebbe- in una lotta di tutti contro tutti.

Hoppe: No, lo stato è tutto eccetto che il risultato di un contratto! Nessuna persona con un grammo di buonsenso sottoscriverebbe un contratto simile. Ho molti contratti nelle mie cartelle, ma da nessuna parte ne troverà uno così. Lo stato è il risultato … Leggi tutto

Lontano dai collettori di tasse | Parte II

Una tassa nuoce alle condizioni economiche dei produttori e pertanto inibisce la loro capacità di consumare e investire. Decurtando gli introiti contro gli investimenti effettuati, una tassa riduce l’utilità marginale dell’investire e aumenta l’utilità marginale dello svagarsi. Una tassa fa in modo che molti contribuenti preferiscano lo svago al lavoro.

Lo Stato: una macchina di saccheggio

Intorno alla metà degli anni ottanta, ho maturato un’esperienza molto breve come impiegato civile, alle dipendenze del governo federale degli Stati Uniti. In realtà, è stato il mio secondo incarico con il governo, avendo effettuato in precedenza quattro anni di servizio militare nella US Air Force. Entrambe le esperienze sono state sicuramente utili e mi hanno insegnato qualcosa, tra cui il funzionamento delle finanze pubbliche.

Cominciamo con l’esperienza nell’Air Force, durante la quale ho prestato servizio presso la Squadra di Ingegneria Civile della base militare di Andrews  (la base, utilizzata dal Presidente, per  il decollo e l’atterraggio dell’Air Force One). Un paio di cosette si sono rivelate, per me, delle straordinarie lezioni di educazione civica, che mi accompagneranno per tutta la vita.

Per cominciare, ogni trimestre, durante i due anni trascorsi con gli ingegneri civili ad Andrews, era caratterizzato da una corsa spasmodica per inventarsi un qualunque tipo di progetto, di per sé capace di legittimare la spesa di quella porzione di budget che non si era ancora riusciti ad utilizzare.

Avanzare dei fondi  sarebbe stato considerato da tutti gli interessati come un peccato mortale! Nessuno, sano di mente, riuscirebbe a non spendere fino all’ultimo centesimo di una dotazione di bilancio! Dopo tutto, questo potrebbe dare l’idea a qualcuno – qualcuno collocato più in alto – che in realtà non si necessiti di tutti quei soldi che, in precedenza, si era invece spergiurato occorressero.

Quindi, ci si sarebbe dovuti spremere le meningi per farci venire delle idee, anche le più balzane, per spendere quei soldi: per esempio, studiando qualche sorta di ornamento da appendere sul cancello di ingresso, allestendo un giardino fiorito presso la casa del comandante della base o, ancora, predisponendo il condizionamento d’aria delle latrine.

I nostri funzionari, così come i  dirigenti civili, sarebbero stati entusiasti ogni qualvolta qualcuno di noi fosse arrivato con un’idea brillante per dissipare i fondi rimanenti, perché, in … Leggi tutto

Altre bugie sulle vostre tasse

Nel 1936, il Governo americano iniziò a far circolare una serie di pamphlet divulgativi sul nuovo programma di Sicurezza Sociale e le relative imposte. Inizialmente, l'aliquota era fissata al 2%; sarebbe cresciuta al 3% nel 1949 senza ulteriori aumenti addizionali (stando al governo)

Apologia di Scrooge

Siamo di nuovo a Natale, il tempo in cui si celebra la trasformazione di Ebenezer Scrooge. Conoscete il rituale: fischiare il bisbetico, inizialmente descritto nel Canto di Natale da Charles Dickens, per poi acclamare il tenerone in cui si è trasformato alla fine. Non è affatto giusto che nessuno abbia notato il punto a favore delle ragioni del bisbetico — anzi, per onestà, i diversi punti a favore.

Ripetimelo ancora: quale di queste nazioni è “comunista”?

La politica fiscale dice davvero tanto su un Paese… su quali siano i valori e i principi dei suoi politici. Le persone possono affermare ciò che vogliono ma, in un certo senso, la politica fiscale sta mettendo i loro soldi all'altezza delle loro bocche. Per esempio, i politici amano parlare di tecnologia, efficienza e trasparenza. Ma basta dare un’occhiata all'etica di tassazione per capire da che parte stiano veramente. Il Decreto di Tassazione estone del 2002, che costituisce la parte fondamentale del codice tributario di quel Paese, è formato da 43.370 parole.