I genitori o lo Stato?

homeschoolingIl problema principale nel settore dell’istruzione (soprattutto quello obbligatorio, ma anche vale per molti altri ambiti) – come suggerisce il titolo – ruota intorno alla domanda: chi dovrebbe decidere, in ultima istanza, se, cosa, quanto, con quali mezzi, sotto la guida di chi, ecc. dovrebbero studiare i bambini? La risposta oggi in voga è piuttosto chiara: lo Stato. Se qualche genitore si sente offeso da quello che dico, lo invito a provare ad apportare cambiamenti nei curricula delle materie che i bambini studiano a scuola, o addirittura a ritirare il bambino dal sistema pubblico di istruzione per educarlo esclusivamente per conto proprio. Se nel primo caso non farà altro che sbattere contro il vero decisore (lo Stato), tramite l’organo competente (Ministero della Pubblica Istruzione) – che, al massimo, può tentare di influenzare -, nel secondo caso potrebbe benissimo finire in prigione o perdere la potestà sui bambini per negligenza.

L’opinione dominante dimostra che, di fatto, solo nell’illegalità i genitori possono ancora riparare i danni causati dal settore pubblico. Altrimenti, l’aspetto peggiore è che sono costretti a far passare i loro bambini attraverso le forche caudine degli esami imposti con decreto, necessarie per accedere legalmente ai più alti livelli di privilegi salariali o di monopolio in rami tipici come quelli degli avvocati, notai, ufficiali dello stato civile, ecc.

Dietro l’indignazione degli uomini per bene, i quali potrebbero rispondere aspramente che mi dimentico dei bambini poveri, senza alcuna opportunità e possibilità, penso si nasconda una fiducia incomprensibile nelle buone intenzioni e nella piena responsabilità delle autorità pubbliche. Potrei chiamare questa la “visione dello Stato angelico e infallibile”. O meglio: statolatria. Le stesse persone che, quando agiscono privatamente, si considerano non responsabili e non abbastanza competenti per risolvere i problemi nell’educare i propri figli (ed eventualmente anche quelli degli altri), diventano magicamente – con il semplice passaggio al servizio dello Stato – degli angeli onniscienti e onnipotenti. Ciò che mi irrita … Leggi tutto

L’uguaglianza

Un piacevole scritto di Monaldo Leopardi (1776 – 1847), padre del ben più famoso Giacomo (1798 – 1837), sull’uguaglianza. Tratto da “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori”.

L’uguaglianza [1]

Discepolo.: è verocatefilo che tutti gli uomini sono uguali, come ci assicurano i filosofi liberali?

Maestro.: Prima di rispondervi, voglio farvi io stesso alcune interrogazioni. È vero che tutti gli uomini sono d’una altezza medesima?

D.: Signor no, perché altri sono alti, altri mezzani, altri bassi e questa è la disposizione della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini hanno una medesima sanità ed una medesima forza?

D.: Signor no, perché alcuni sono sani, altri infermi, alcuni sono deboli ed altri gagliardi e questo pure è un altro ordinamento della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini sieno di una medesima capacità, talento e ingegno?

D.: Signor no, perché alcuni sono ingegnosi, altri dotti, alcuni sono stupidi, altri sono ignoranti e questo pure è un ordinamento della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini sieno ugualmente saggi, virtuosi e benemeriti?

D.: Signor no, perché alcuni sono saggi, altri scioperati, altri virtuosi, altri malvagi, alcuni meritano il rispetto e la lode, altri meritano la galera e la forca e questo pure è secondo l’ordine della natura.

M.: Dunque l’uguaglianza è anch’essa una frottola spacciata dalla filosofia moderna e gli uomini non eguali bensì diseguali per ordine e disposizione della natura.

D.: I filosofi non hanno mai detto che gli uomini sieno uguali di statura, di forza, di sanità e di ingegno: e quella che si vuole dalla filosofia è un’uguaglianza di altra sorta.

M.: Se gli uomini sono disuguali in tutto ciò che riguarda il corpo e lo spirito e questo è per disposizione della natura, sarà difficile renderli uguali sotto altri rapporti senza contrastare con gli ordini della natura. Nulladimeno dite un poco, in che cosa potrebbero essere uguali gli uomini, per contentare la filosofia?

D.: Potrebbero … Leggi tutto

Forme di Governo e Scienza Economica – II parte

B283Il mio obiettivo è quello di dimostrare, come primo punto, l’errore commesso nel credere che la democrazia implichi l’uguaglianza di fronte alla legge.  Quando sostituiamo la democrazia alla monarchia, l’unico risultato che otteniamo è quello si sostituire i privilegi personali con quelli funzionali.  In tale sistema, i governanti democratici è concesso di godere privilegi che ai normali cittadini sono categoricamente preclusi.

Un pubblico ufficiale può compiere quelle azioni – secondo il diritto pubblico – che non sarebbe mai possibile mettere in pratica nell’ambito privatistico. Se rubo danaro dal vostro portafogli, verrò punito secondo le leggi del diritto privato. Se, invece, compio lo stesso atto in qualità di funzionario dell’Agenzia dell’Entrate, questo non viene considerato un crimine, benché dal punto di vista del derubato non vi sia alcuna differenza: le leggi del diritto pubblico consentono il furto.

Sempre con riferimento al diritto privato, se prendo qualcuno, costringendolo a lavorare nel mio giardino per sedici ore, commetto i reati di rapimento e sfruttamento: entrambi punibili a norma di legge. Se, invece, un agente dello Stato, nelle vesti di pubblico ufficiale, ti impone l’arruolamento nell’esercito – con il rischio di morire in missione, o per combattere per difendere la democrazia in qualche angolo del mondo – l’atto del rapimento e dello sfruttamento viene definito “servizio pubblico per il proprio Paese”.

Se prendo i tuoi soldi per darli a qualcun altro, in qualità di privato cittadino, commetto i reati di furto e ricettazione. Se lo faccio come pubblico ufficiale, compio un servizio di politica sociale.

Prendere da qualcuno per poi far finta di agire nell’interesse di qualcun altro, apparendo come un generoso benefattore. Se solo guardassimo la realtà per quella che è,  ci accorgeremmo che i nostri politici non fanno altro se non girare in lungo e in largo il Paese per spendere milioni, “donandoli” alla popolazione; gesti che fruttano loro medaglie e onorificenze. Ma non stanno “donando”, indubitabilmente, soldi propri. Quindi, ciò che … Leggi tutto

Liberalismo e Socialismo: libertà e schiavitù

LiberalismoE’ sufficiente avere un minimo di dimestichezza con il pensiero socialista – nelle sue varie e variopinte manifestazioni – per accorgersi di quanto quelle posizioni che osteggiano la società libera e aperta derivino in ultima istanza da determinati assunti epistemologici. L’illusione di trasformare la società in un mondo più giusto ed equo, rivoluzionandola dalle fondamenta nel tentativo di pervenire ad una “giustizia sociale”, si fonda senz’altro su una tragica incomprensione dei capisaldi della civiltà stessa. Ne consegue, come la storia non ha mancato di testimoniare, che le diverse realizzazioni dell’utopia socialista e del suo sogno di uguaglianza siano destinate a tradursi in un incubi drammatici per le sorti dello stesso mondo civilizzato.

Nondimeno, il socialismo ha potuto prosperare sfruttando un apparente difetto dell’impianto teorico del liberalismo: il suo essere inevitabilmente asintotico, la sua impossibilità di delineare un modello definitivo da porre in essere, oltre che delle valide strategie per concretizzarlo [1]. Il pensiero liberale, quello autentico, non ha mai sognato di compiere un rivolgimento dell’ordine sociale, coll’obiettivo di pervenire ad una situazione di perfetto equilibrio stazionario. I liberali, quelli veri, non hanno mai promesso di realizzare un Paradiso terrestre, un Eden di pace, uguaglianza, fraternità, solidarietà e giustizia sociale. Invero, non hanno mai promesso null’altro che di rendere gli individui più liberi, autonomi, indipendenti e padroni di se stessi. Da ciò deriva la nota accusa di “formalismo” rivolta loro dagli intellettuali socialisti, i quali invece prospettano di rendere l’uguaglianza fra gli uomini sostanziale, dunque non solo civile e giuridica, ma anche economica e sociale. Nelle deliziose fantasie dei socialisti la società perfetta – immancabilmente quella sognata dalla medesima intellighenzia socialista – è dipinta coi colori dell’armonia, della cooperazione fra uomini, dell’amore fraterno, della vita comunitaria, dell’umanitarismo, dell’altruismo e dell’assenza di disparità socio-economiche.

È difficile resistere all’inebriante progetto prospettato dal socialismo, che infatti ha ammaliato generazioni di lavoratori, intellettuali, artisti, personaggi noti e uomini della strada. Quasi nessuno ha mostrato una … Leggi tutto

Identità e diversità secondo Kuehnelt-Leddihn

Possiamo davvero essere resi uguali gli uni agli altri, in tutto e per tutto? E questo obiettivo, prettamente moderno e quotidianamente sbandierato dal mainstream mediatico e politico, è davvero qualcosa di desiderabile, cui anelare intensamente? In questo raffinato scritto, tratto dal I capitolo (pp. 3 – 8) de Leftism Revisited. From De Sade and Marx to Hitler and Pol Pot (con prefazione di William Buckley Jr., Regnery Gateway, Washington D.C. 1990) e lodevolmente tradotto da Filippo Giorgianni, Erik von Kuehnelt Leddihn (1909 – 1999), nobile cattolico austriaco, la cui influenza segnerà profondamente pensatori del calibro di Hans-Hermann Hoppe e Lew Rockwell, risponde al quesito attraverso un’analisi storica e sociologica della “religione dell’uguaglianza”.

Luigi Pirri

Il Signore nostro Dio si diletta nella varietà.

– Herman Borchardt[1]

Visti da una certa angolazione, siamo tutti soggetti a due spinte basilari: identità e diversità. Né nella vita delle persone né nella storia delle nazioni queste due spinte hanno sempre la medesima intensità e il medesimo equilibrio. Esse come si manifestano? Tutti noi sperimentiamo uno stato d’animo durante il quale sentiamo il desiderio di essere in compagnia delle persone della nostra stessa età o della stessa classe, sesso, convinzioni, religione o gusto.

Molto probabilmente, condividiamo con il mondo animale questa spinta verso la conformità, per una forte sensazione di identità che è come un istinto di branco, un comune e forte sentimento di comunità che guarda ogni altro gruppo con ostilità. Nelle rivolte razziali e nelle manifestazioni etniche, questo sentimento collettivo può mostrare una grande forza: l’istinto conformista del branco è stato, per esempio, il motore guida dietro le organizzazioni ginniche nazionaliste dei tedeschi e degli slavi, così potente nella prima parte di questo secolo. Guardando cinque o diecimila uomini e donne, vestiti identicamente, compiere i medesimi movimenti, si è assaliti da un’impressione irresistibile di omogeneità, sincronizzazione, simmetria, uniformità. L’identità e la sua spinta tendono all’autocancellazione, tendono a un «nostrismo» in … Leggi tutto

Morale, libertà e giustizia: una riflessione su Rawls

Su Ideas have consequences il Prof. Sollazzo ha offerto una buona lezione sul neocontrattualismo di Rawls, ma ancora di più sulla concezione – di quest’ultimo – di giustizia e equità, e sul metodo logico che porta a tali conclusioni. Ci sono alcuni punti del pensiero di Rawls – non tanto di Sollazzo – che meritano una particolare riflessione. È curioso che alcune critiche che mi sovvengono siano, come schema logico, le stesse che ho già rivolto ai Gold bug in un contesto chiaramente del tutto diverso.

Rawls, ci spiega Sollazzo, cerca una terza via tra liberalismo e marxismo-leninismo; in effetti tutto ciò che non si colloca ai due estremi è per definizione una “terza” via (ricordo questo schema ternario del collocamento delle soluzioni politico-sociali storiche). Gli estremi sono così descritti:

Il liberalismo accetta alcune forme di disuguaglianza sociale in nome della libertà, ed il marxismo-leninismo giustifica una certa limitazione della libertà individuale in nome dell’uguaglianza sociale.

 Le descrizioni non sono sbagliate (una volta chiarito che con “alcune forme di disuguaglianza” si devono intendere differenze di solo ceto e senza risultati estremizzati), ma difettano nel puntualizzare che il marxismo-leninismo mira ad una uguaglianza dello stato finale degli individui mentre il liberalismo mira all’uguaglianza dello stato di partenza e delle possibilità; nel primo caso le differenze di capacità tra gli individui – ma si può parlare anche della loro “particolare umanità” – vengono scavalcate o represse, mentre nel secondo definiscono le posizioni relative nella società. Scontando che nell’uomo coesista la volontà (necessità?) di far emergere le particolari attitudini assieme al sentimento etico di riduzione della sperequazione (sia in termini di protezione di chi si trova ”in basso” che di “invidia sociale” che chiama il livellamento dei ceti), Rawls propone una sua Teoria della Giustizia ed un nuovo Contratto Sociale stilato dietro il Velo dell’Ignoranza.

Con uno sforzo di astrazione che fa impallidire le “teorie esatte” … Leggi tutto