L’Arte della pubblicità

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Il consumatore non è onnisciente. Non sa dove ottenere al miglior prezzo ciò che cerca. Molto spesso non sa nemmeno che tipo di merce o servizio sia adatto per rimuovere nel modo più efficace lo specifico disagio che vuole eliminare. Al massimo è familiare con le condizioni del mercato del passato più recente e mette insieme un piano sulla base di queste informazioni. Il compito della propaganda commerciale è di trasmettergli informazioni sullo stato reale del mercato.

La propaganda commerciale deve essere importuna e sfacciata. Il suo scopo è di attrarre l’attenzione delle persone lente, di risvegliare i desideri latenti, di allettare le persone a sostituire con l’innovazione l’inerte adesione alla routine tradizionale. Per avere successo, la pubblicità deve venire adeguata alla mentalità delle persone corteggiate. Deve adattarsi ai loro gusti e parlare la loro lingua. La pubblicità è stridula, rumorosa, grossolana, eccessiva perché il pubblico non reagisce a dignitose allusioni. È il cattivo gusto del pubblico che forza gli inserzionisti a mostrare cattivo gusto nelle loro campagne pubblicitarie. L’arte pubblicitaria si è evoluta in una branca della psicologia applicata, una disciplina sorella della pedagogia.

Come tutte le cose pensate per soddisfare il gusto delle masse, la pubblicità è repellente alla gente di sentimenti delicati. Questa ripugnanza influenza la valutazione della propaganda commerciale. La pubblicità e tutti gli altri metodi di propaganda commerciale sono condannati come uno dei più oltraggiosi sottoprodotti della competizione senza limiti. Dovrebbe essere proibita. I consumatori dovrebbero venire istruiti da esperti imparziali; le scuole pubbliche, la stampa “imparziale” e le cooperative dovrebbero svolgere questo compito.

La restrizione del diritto degli uomini d’affari di pubblicizzare i propri prodotti restringerebbe la libertà dei consumatori di spendere i propri guadagni secondo la propria volontà e desideri. Renderebbe impossibile per loro imparare per quanto possono e vogliono lo stato del mercato e le condizioni per loro rilevanti nello scegliere cosa vogliono o non vogliono comprare. Non sarebbero più nella posizione … Leggi tutto

Cap. 5 – A chi spetti fabbricare la moneta e Cap. 6 – A chi, di per sé, appartenga la moneta

creative-financing_largeE ancora, in antico è stato disposto, anche per prevenire le frodi, che non fosse lecito a chicchessia fabbricare la moneta, o imprimere un emblema o effigie del genere sul proprio argento od oro, ma che la moneta o il conio si facessero tramite un solo soggetto pubblico, o più incaricati all’uopo dalla comunità; poiché, come si è premesso, la moneta, per sua natura, è stata istituita ed escogitata per il bene della comunità. E poiché il principe è il soggetto più pubblico, e ispira la maggior fiducia, è opportuno che egli, a vantaggio della comunità, faccia fabbricare la moneta e coniarla con una stampigliatura adatta; questa poi dev’essere sottile e difficile a imitarsi o contraffarsi. Inoltre, si deve essere vietato con minaccia di sanzione che uno straniero – un principe o un altro – fabbrichi una moneta simile nell’aspetto e di minor valore, in modo che il volgo non saprebbe distinguerle; questo sarebbe un illecito, né alcuno potrebbe vantare un privilegio contrario, perché si tratta di un falso e di una giusta causa di guerra contro tale straniero.

Cap. 6 – A chi, di per sé, appartenga la moneta

Sebbene, in vista del comune vantaggio, il principe abbia il compito di contrassegnare i pezzi monetari, tuttavia egli non è il signore o proprietario della moneta che ha corso nei suoi domini. Dal momento che la moneta è il mezzo equivalente per scambiare le ricchezze naturali, come risulta dal primo capitolo, essa è possesso di coloro a cui appartengono tali ricchezze. Infatti, se qualcuno dà il proprio pane, o la fatica del proprio corpo, in cambio di denaro, quando riceve laa moneta, questa è sua, così come lo erano il pane o la fatica del corpo, che prima erano nel suo libero dominio (posto che non si tratti di un servo). Dio, infatti, fin dal principio, non ha concesso la libertà di possedere beni solo ai principi, ma ai Progenitori Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

3. Ludwig Lachmann

stemma misesLachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere … Leggi tutto

Cenni su Carl Menger e il soggettivismo

carl_menger[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Carl Menger è universalmente ricordato nella storia del pensiero economico come il fondatore, accanto a Jevons e Walras, della teoria marginalista del valore: “E’ noto che molti studiosi collegano la scoperta simultanea negli anni ’60 (n.d.a dell’800) da parte di Jevons, Menger e Walras del principio dell’utilità marginale con il nuovo indirizzo dell’analisi economica […] è attraverso questa ricerca che i tre, ognuno per differenti vie ed ignorando il lavoro degli altri, giunsero quasi contemporaneamente alla formulazione, prima della teoria dell’utilità marginale, e, poi, quella della produttività marginale. Dalle due teorie discese l’applicazione del marginalismo alla legge della distribuzione da cui la nuova impostazione logica dei prezzi relativi dei fattori di produzione, terra, capitale e lavoro”.1

Quel che non sempre viene ricordato è che Menger si distinse dagli altri due per aver tentato di erigere l’edificio economico su basi rigorosamente soggettiviste: “L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali [… ] A suo avviso lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche”.2

Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine distinto».

Qual è il valore dei beni? I beni hanno un valore relativamente alla capacità di soddisfare un bisogno del soggetto che li utilizza. In quest’ottica sia i beni di consumo che i beni di produzione hanno una loro utilità a seconda che il bisogno del soggetto sia la necessità di consumare (e quindi parliamo di un soggetto-consumatore) oppure la necessità di produrre un bene (e quindi parliamo di un soggetto-imprenditore). “Il pane che mangiamo, la farina con cui si fa il pane, il frumento da cui … Leggi tutto

Ascesa e declino della società: capitolo V

Quel che si ottiene facilmente,
si perde altrettanto facilmente.

 

Poco dopo essersi stabilito nella propria bottega, uno dei nostri pionieri andò a pescare tornando con più pesce di quanto sarebbe riuscito a mangiare, sorse così il problema di cosa farne. Il suo vicino di casa lo risolse esprimendo il desiderio di poterne entrare in possesso. Anche quest’ultimo disponeva in abbondanza di un qualcosa, a quanto pare patate, di cui il pescatore era a corto. O forse il coltivatore si aspettava un grande raccolto di patate e promise al pescatore che in tempo di raccolto ne avrebbe messe da parte alcune per lui. In ogni caso, era stato deciso uno scambio immediato o potenziale il cui effetto avrebbe arricchito i menu delle persone coinvolte nello scambio. Così, con l’incremento delle loro rispettive soddisfazioni, o salari, venne piantato il seme di Main Street.

Ascesa e Declino della SocietàAlcuni sostengono che la Società debba la propria origine all’istinto umano di socialità ma quest’ultima e la propensione allo scambio sono così strettamente intrecciati che è impossibile determinarne singolarmente il rapporto di causalità; quando poi si considera come la compagnia sia di per sé uno scambio, anche se non di tipo economico, fare una distinzione tra i due diventa privo di significato. Il mercato è l’anima della Società. L’uno non potrebbe esistere senza l’altro, ed entrambi devono la propria origine alla continua ricerca di una vita più piena. E’ il mercato che rende possibile la specializzazione, poiché è l’esercizio attraverso il quale l’abbondanza prodotta dallo specialista, non potendo soddisfare direttamente i suoi desideri, viene tradotta in mezzi capaci di soddisfarla. E non importa quanto sia grande la popolazione, quanto variegata la specializzazione, quanto intricata la tecnica del commercio: il mercato è semplicemente l’attività del cedere quanto si vuole di meno in cambio di ciò che si vuole di più.

Ciò che si vuole di meno per ciò che si vuole di più! Ogni scambio, dunque, ha origine dal … Leggi tutto

La filosofia della proprietà: II parte

Proprietà e diritti di proprietà

private propertyLa vera funzione dell’individuo, nella sua veste di proprietario, ha fatto capolino per la prima volta con gli economisti Austriaci, i quali, nello sviluppare la teoria dell’utilità marginale, hanno constatato che il valore è una caratteristica tipicamente umana, la quale viene conferita a dei beni suscettibili di divenire oggetto di proprietà: una caratteristica che ha poco o nulla a che fare con la produzione o con i costi di produzione. Gli studiosi della prasseologia hanno enfatizzato che il soggetto predicabile di essere analizzato e compreso è solamente l’individuo agente. Ma anche in tal caso, una vera e propria indagine volta allo studio dell’aspirazione umana alla proprietà non si è affermata, in quanto, ancora una volta, si è posta maggiore attenzione ad approfondire la questione concettuale, nonché i flussi ed i riflussi associati alle curve di domanda ed offerta.

La natura della proprietà, le modalità di acquisizione, il suo sviluppo, la produzione, la distribuzione, il mantenimento, la conservazione e la sua protezione sono tutti aspetti che non devono certo essere trascurati.

Ma il primo e principale sforzo deve essere orientato a distinguere i “diritti di proprietà”, volti ad organizzare i rapporti tra gli uomini in merito all’uso dei beni e delle cose, dalla “proprietà”, nozione che identifica il bene suscettibile di divenire oggetto di appropriazione.

Possedere tale caratteristica non significa altro che i beni individuati sono soggetti alla sfera di azione del diritto di proprietà [da intendersi come un titolo legittimo a compiere azioni, ndt]. La proprietà della “cosa” sussiste fin tanto e nella misura in cui vi è un legittimo titolo di proprietà sulla stessa. In un territorio vergine, ancora inesplorato dall’uomo, la terra e tutte le pertinenze naturali sono oggetto di appropriazione. L’avvento dell’uomo non cambia il loro carattere, in quanto beni fisici. Ma il rapporto tra l’uomo e la terra, in merito all’organizzazione e all’uso di quest’ultima, cambia radicalmente nel momento in cui … Leggi tutto

Misurare il valore? Un’utopia

Nel primo capitolo del suo innovativo trattato, la Teoria della Moneta e del Credito, Ludwig Von Mises spiega che cos’è la moneta: è il mezzo di scambio utilizzato universalmente o almeno quello più usato. [1] Nel secondo capitolo, invece, Mises sottolinea che cosa la moneta non è. Contrariamente al pensiero comune, la moneta non è misura del valore. Secondo Mises, la nozione di moneta come misura del valore è un artefatto che rimane dalla teoria del valore utilizzata nella “vecchia economia politica.” Con queste parole intende indicare gli “economisti classici” come Adam Smith, David Ricardo e John Stuart Mill.

Gli economisti classici per la maggior parte credevano che il valore di un bene fosse un attributo oggettivo del bene stesso. Gli attori economici, secondo la teoria classica, scambiavano soltanto beni il cui rispettivo valore era uguale (un errore che risale ad Aristotele [2]).

E come fanno gli attori economici a determinare se un attributo oggettivo di una cosa è uguale allo stesso attributo di un’altra cosa? Come si determina l’uguaglianza tra altri attributi oggettivi come la lunghezza, il peso, il volume, la temperatura, etc.? Misurando, ovviamente! E se assumiamo che il valore sia un attributo quantitativo e oggettivo allora la migliore unità di misura sembrerebbe essere quella monetaria.

Tuttavia la teoria del valore usata dagli economisti classici era molto arretrata. Allo stesso modo, la loro concezione della moneta come misura del valore (derivata, com’era, dalla loro teoria del valore) era ugualmente arretrata. La teoria classica del valore fu alla fine soppiantata, verso la fine del XIX secolo, da quella che Mises chiama “moderna teoria del valore.” Con quel termine, Mises si riferisce alla teoria del valore soggettivista e marginalista.

Secondo la moderna teoria del valore, questo è derivato dall’utilità. Valutare significa preferire un bene a un altro, compiendo la scelta sulla base delle rispettive utilità dei beni.

Preferire un bene a un altro significa a sua volta ordinare. … Leggi tutto

“Finanzcapitalismo”: Disamina di un testo, Improprietà di un concetto | III parte

default-italian1Deindustrializzazione, questa povera incompresa

Gallino ha una strana abitudine: chiama il processo produttivo «catena di creazione del valore» (così, ad es. pag. 145). Peculiarità lessicale forse innocua in sé, ma anche conferma dell’incomprensione di cosa sia davvero il capitale. E infatti, il Nostro ha buon gioco nel denunciare che l’occupazione flessibile, anziché accrescere la produttività, riguarda per lo più mansioni umili e che la c.d. “società della conoscenza”, ora come ora, è soprattutto un miraggio il cui inseguimento ha prodotto eserciti di qualificatissimi disoccupati; ma ferma la propria critica alla c.d. “estrazione di valore” e non ha gli strumenti per capire che, se ha preso piede una simile ricerca spasmodica, e a brevissimo termine, di un profitto superiore alle possibilità dell’economia reale, forse il vero problema sta a monte, in un meccanismo distorsivo potentissimo. Riesce a cogliere il ruolo decisivo del sistema finanziario nella creazione e nel mantenimento di oligopoli globali nel settore agroalimentare (ad onta della loro inefficienza, comprovata dal peggioramento nella situazione alimentare del pianeta); ma gli sfuggono del tutto i reali contorni di un fenomeno opposto solo in apparenza, la deindustrializzazione. Un vero peccato, perché le premesse per comprenderlo c’erano tutte: si consideri la seguente descrizione del modo in cui vengono gestite, oggi, le società quotate.

«Il valore deve essere creato sia facendo salire il corso delle azioni in borsa, in modo che da esse derivino corpose plusvalenze, sia ottenendo, oppure facendo mostra di ottenere, un elevato rendimento a breve termine del capitale di proprietà degli azionisti. Alla fine il rendimento può assumere la forma concreta di dividendi distribuiti o di interessi pagati sul debito ovvero sulle obbligazioni che l’impresa emette; tuttava i segnali ai quali gli investitori assegnano la maggiore importanza sono il corso quotidiano delle azioni, da cui dipende il valore di mercato dell’impresa, e i flussi di cassa dichiarati da una società nei suoi rapporti trimestrali o semestrali.

L’ossequio Leggi tutto

“Finanzcapitalismo”: Disamina di un testo, improprietà di un concetto

finanza-internazionaleLuciano Gallino gode di una certa rinomanza come sociologo; e può darsi che nel suo campo sia un primo della classe. Ma, da qualche anno a questa parte, scrive molto di economia, materia in cui – almeno a giudicare dal suo Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011 – rivela il profilo del perfetto sgobbone. In particolare, va ascritta a suo merito l’acribia con cui si è documentato sul “come” della crisi attuale, che riesce, quindi, a descrivere in modo molto efficace; ma ciò rende ancor più sorprendente (e a tratti assai irritante) la sua cecità di fronte ai problemi veri, alle vere cause dei fenomeni in parola. Appunto il difetto tipico degli sgobboni.

Questa recensione al volume testé citato, dunque, non nasce da una particolare stima per i suoi pregi (che pure esistono), ma dall’urgente necessità di battere in breccia i principali errori che esso contiene, purtroppo molto comuni e tali da far presa sul grande pubblico.

“Finanzcapitalismo”. Che cos’è?

«Mega-macchine sociali: così sono state definite le grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come componenti o servo-unità. […] Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile degli esseri umani, sia dagli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri […]. L’estrazione di valore è un processo affatto diverso dalla produzione di valore. Si produce valore quando si costruisce una casa o una scuola, si elabora una nuova medicina, si crea un posto di lavoro retribuito, si lancia un sistema operativo più efficiente del suo predecessore o si piantano alberi. Per contro si estrae valore quando si provoca un aumento del prezzo delle case manipolando i tassi di interesse o le condizioni del mutuo; si Leggi tutto

L’annosa questione del valore: alle origini del problema

Non v’è dubbio alcuno che, fra i diversi concetti affrontati dall'analisi economica, quello del valore dei beni rappresenti un’imprescindibile pietra miliare. In effetti, nulla sembra più proprio della scienza economica che rispondere ad una domanda tanto semplice quanto insidiosa: come determinare il valore di un bene economico? Detto altrimenti: di fronte ad una “merce” - termine scientificamente inesatto, ma adorato dalla vulgata marxista -, è possibile individuare un metodo, il più accurato possibile, per capire quanto vale? A ciò si aggiunga il fatto che, come si vedrà, dalla risposta a questa domanda derivano diversissime prese di posizione su cardini stessi dell’economia politica, nonché molteplici e contrastanti opinioni politiche.