Gli incas e lo stato collettivista

Esempi di controllo governativo sulla vita sociale ed economica sono vecchi come la storia scritta e hanno sempre caratteristiche che sono universali nei loro effetti perversi, indipendentemente dal tempo e dal luogo. Uno dei più famosi di questi episodi collettivisti è quello degli Incas e del loro impero in Sud America.

L’impero Inca nacque da una piccola tribù nelle montagne peruviane nel XII e XIII secolo. La loro era una teocrazia militare. I re Inca avevano razionalizzato, la loro regola brutale, sulla base di un mito che il dio Sole, Inti, ha avuto pietà per le persone in quelle montagne e li mandò suo figlio e altri parenti per insegnare loro come costruire case e come fabbricare prodotti rudimentali della vita quotidiana. I successivi governanti Inca allora affermarono che erano i discendenti di questi esseri divini e quindi furono ordinati per comandare e controllare tutti coloro che erano sotto il loro potere e l’autorità.

L’impero di conquista ed il collettivismo

Il quattordicesimo e soprattutto il quindicesimo e l’inizio del sedicesimo secolo hanno visto l’espansione degli Incas in un grande potere imperiale con il controllo su un territorio che correva lungo la costa occidentale del Sud America e comprendeva gran parte dell’attuale Perù, l’Ecuador, la Bolivia, il Cile e parti dell’ Argentina e della Colombia. Gli Incas furono portati al crollo nel 1530 dalla conquista spagnola sotto la Guida di Francisco Pizarro.

I re Inca, affermando di essere al tempo stesso figli e sacerdoti del dio Sole, possedevano la padronanza di tutte le persone e le proprietà nei loro domini e come la maggior parte dei sistemi socialisti nel corso della storia, hanno combinato sia il privilegio che l’egualitarismo. Quando gli invasori spagnoli entrarono nella capitale inca di Cuzco, rimasero stupiti dalla grandezza dei palazzi, dei templi e delle case della élite Inca, così come dal sistema di acquedotti e le strade asfaltate.

Ma avendo un’economia basata sul lavoro degli schiavi, Leggi tutto

Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 3

3794Attenzione all’ambiguità: il rispetto della legge religiosamente neutra e delle libertà qui non sembra accettato come valore ma, se non in vista di vero e proprio hostile takeover, quanto meno solo quale mediazione e per di più su un terreno comune con le altre religioni monoteiste.

Qualcosa di buono è meglio di nulla: è in ogni modo da valorizzare l’abbandono dell’atteggiamento contenuto nell’opposizione rigida dar al-islam / dar al-harb, nel suo modello interpretativo più retrivo. Ma va detto che una cosa è aderire ai valori del liberalismo, altra è adeguarsi a quei valori in virtù dell’essere ospiti. L’ospitalità è legata alla cittadinanza ed, in ultima analisi, alla forza politica e del numero. Allora sarebbe da chiedersi cosa succederebbe nel momento in cui tali associazioni dovessero sentirsi non più ospiti ma padrone di casa.

Vanno invece accolti con maggior favore quei movimenti più liberali interni allo stesso Islam, seppure minoritari. In primis i movimenti del liberalismo islamico, ed accanto ad essi anche il movimento islamico femminista e quello progressista. Nonostante le differenze all’interno di una variegata e composita realtà riformista va sostenuto, non frustrato, lo sforzo che tende ad allontanarsi da una interpretazione letterale delle scritture.

Dovrebbe infine essere chiaro che una cosa è il pluralismo culturale ed ordinamentale quale garanzia di diversità e libertà. Altro è permettere la violenza sulla base della “libertà culturale” e della “diversità” di un gruppo sociale. Tollerando situazioni come quella descritta si rinnega l’essenza e l’esistenza di una civiltà.

Di evidenza immediata è poi che non si possono senza doppiezza conciliare il comunitarismo (od il federalismo etnico che ne costituisce sottospecie) in campo nazionale e la responsability to protect, che si basa esattamente sul principio opposto, in campo internazionale. Questo fa parte delle contraddizioni dapprima evidenziate, che danno spazio a rivendicazioni caotiche.

Invece il punto fisso è l’intollerabilità della violenza, che è il minimo comun denominatore.

Se infatti tutto fosse possibile a tutti Leggi tutto

Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 2

3794Infatti avviene sovente che da una parte si cerca, di assorbire la diversità attraverso l’assimilazione. Certamente tale approccio contiene un tentativo nascosto, da ambo le parti, di contaminazione a proprio vantaggio; il che è tutto sommato accettabile, facendo ciò parte della fisiologia delle dinamiche relazionali. Ma il problema di fondo è che le regole base della relazione vengono poste di nascosto, facendo finta di non farlo. E soprattutto sta il fatto che il processo acquisitivo insito nella fusione culturale non è spontaneo e lasciato alla libera interazione ed alle libere scelte individuali.

E’ invece il grado di spontaneità nella libera interazione culturale che differenzia la contaminazione dalla colonizzazione.

Quando la scelta dei costumi da adottare è lasciata alle libertà individuali abbiamo un processo hayekiano di ordine spontaneo. L’evoluzione collettiva, guidata da preferenze soggettive, beneficia della conoscenza diffusa. Le fonti di informazione (le scelte compiute da ogni soggetto del sistema sociale) sono molteplici, e l’informazione diviene ascensionale (funziona bottom-up). Saranno così premiati i costumi che la maggioranza delle persone sceglierà. Questa è la vera società pluralista: funziona come somma delle individualità, non è comandata istituzionalmente.

Maggiormente invece il processo integrativo, il fine superiore trascendente, è di derivazione ideologica e natura (più o meno) autoritaria (che sia visibile o camuffato: quest’ultima modalità è propria delle civiltà più avanzate nel processo di elaborazione del processo di integrazione che sfruttano a fondo il c.d. soft power), maggiori saranno le frizioni all’inevitabile redde rationem. Ed avendo l’autorità apparentemente rimosso il suo essere tale, più grandi saranno i paradossi derivanti dalla negazione dell’esistenza di principio fondamentale alla base della coesistenza. Abbiamo già assistito varie volte all’invocazione della libertà per manifestarvi contro.

E quando ad un certo punto avverrà che l’autorità costituita, dopo aver discorso di libertà e pluralismo, mostrerà inflessibilità negoziale, molti resteranno stupiti. Invece la grundnorm della convivenza dovrà essere chiarita subito, perché la costruzione dell’identità comune necessita forzatamente del suo centro Leggi tutto

Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 1

  1. I livelli del conflitto: intersoggettivo, sociale, planetario

3794Analizziamo tre casi di conflitto a diversi livelli.

Innanzitutto le opinioni discordanti su problematiche bioetiche: con l’espressione sintetizzante “la vita è sacra” declamata – spesso in tono monitorio – ad ermetica chiusura di ogni possibile apertura ad un dibattito su questioni sensibili attinenti a vari argomenti riguardanti la disponibilità dell’inizio e fine vita, come l’eutanasia o le direttive avanzate, si intende affermare assertivamente che l’argomento non è negoziabile e non può essere oggetto di compromesso tra correnti di pensiero differenti. Ciò perché costituisce un valore fondamentale di una determinata cultura. Quando si invoca la sacralità di qualcosa siamo in presenza di qualcosa di non sorpassabile, un tabù.

Poi un caso di organizzazione politica su base nazionale: i partiti maoisti in Nepal, nel processo di negoziazione della nuova costituzione ancora in corso ad inizio 2015 dopo secoli di monarchia indù (la costituente va avanti invano dal 2007) hanno insistito per l’introduzione di un federalismo su base etnica, il cui disconoscimento e mancata previsione nel progetto di costituzione a loro avviso nega l’identità ed il rispetto di decine di gruppi minoritari. Dal suo canto il presidente dell’UML, la maggioranza di governo, replica che un federalismo su base etnica non è sostenibile, poiché una simile suddivisione sarebbe foriera di conflitti disastrosi.

Paradossalmente dal punto di vista assiologico, e probabilmente con spirito ecumenico finalizzato ad evitare che il conflitto esploda, i vertici della chiesa cattolica nepalese spingono verso un compromesso laico (Sharma, 2015). Il vicario apostolico mons. Paul Simick afferma che tutta la comunità prega perché sia presto promulgata una costituzione laica e democratica. Il vescovo evangelico Narayan Sharma si augura che siano rispettate tutte le fedi e tutti i gruppi, e che ogni cittadino possa godere dei diritti umani e civili riconosciuti sul piano internazionale. Laicità e democrazia, dunque, difesi del clero. Ma tra laicità e radici etniche vi è un ambiguo legame da chiarire. Leggi tutto

Perché essere ottimisti

Questo articolo è adattato da un discorso rilasciato al Costa Mesa Mises Circle 2014, “Society Without the State,” tenuto l’8 novembre 2014.

Jeff DeistVi ho promesso un po’ di ottimismo per oggi. Forse uno dei libertari più ottimisti di sempre è stato Murray Rothbard, un felice intellettuale guerriero se mai ce ne è stato uno. Ed egli era molto entusiasta riguardo alla rivoluzione delle idee libertarie perché aveva compreso fondamentalmente che la libertà è l’unica maniera per organizzare la società che sia compatibile con la natura e l’azione umane. Ed era questo ottimismo, questa inamovibile fede nel fatto che siamo nel giusto e che gli statalisti siano in torto, che lo ha guidato alla creazione di uno sbalorditivo lavoro in difesa della libertà personale. Ora, fatemi sottolineare il fatto che Rothbard, nonostante la sua reputazione di irremovibile intellettuale, vedeva i suoi sforzi come pragmatici, non utopici. Egli aveva compreso piuttosto chiaramente che l’utopia è l’elemento caratteristico dei campioni intellettuali dello Stato, non dei detrattori dello Stato. Egli aveva compreso che l’utopia e lo statalismo, e non la libertà, avevano prodotto i grandi mostri e le grandi guerre del ventesimo secolo.

Più di tutto, egli aveva compreso che i veri utopisti sono i pianificatori centrali che credono di poter prevalere sulla natura umana ed indirizzare gli attori umani come bestiame. Per citare Murray: “L’uomo che pone tutte le armi e tutto il potere decisionale nelle mani di un governo centrale e poi dice ‘autolimitati’; costui è il vero utopista poco pratico.” Agli occhi di Rothbard un mondo libertario sarebbe un mondo migliore, non perfetto. Dunque, mentre la nostra rivoluzione è di fatto intellettuale, è anche ottimista e pragmatica. Dovremmo parlare di libertà in termini di principi fondamentali, e come questi principi operano per una migliore società precisamente perché essi sono in accordo con l’innato desiderio umano per la libertà. Lasciamo che gli statalisti spieghino i loro grandi schemi, mentre noi … Leggi tutto

Come avere legge senza legislazione

[Adattato dalla recensione di Rothbard del libro La libertà e la legge, di Bruno Leoni. Questa recensione apparve la prima volta in New Individualist Review, diretto da Ralph Raico.]

legge[Nel suo libro La libertà e la legge,] la tesi principale del Professor [Bruno] Leoni è che perfino i più devoti economisti di libero mercato hanno imprudentemente ammesso che le leggi devono essere create da una legislazione governativa; Leoni mostra che questa concessione fornisce un’inevitabile porta per la tirannia dello Stato sull’individuo. L’altro lato della medaglia, derivato dall’aumentare l’intervento governativo nel mercato libero, è stato l’aumento della legislazione, con la sua conseguente coercizione da parte di una maggioranza – o, più spesso, da parte di un’oligarchia di pseudo -”rappresentativi” di una maggioranza – sul resto della popolazione. In questa connessione, Leoni presenta una brillante critica dei recenti scritti di F.A. Hayek sullo “stato di diritto”. In contrasto con Hayek, che chiede di avere regole legislative generali in contrapposizione alle bizzarrie di arbitrari burocrati o di “amministratori della legge”, Leoni fa notare che la reale e sottostante minaccia alla libertà individuale non è l’amministratore, ma lo stato legislativo che rende la regolamentazione amministrativa possibile. [1] Leoni dimostra che non è sufficiente avere regole generali applicabili a tutti e scritte in anticipo, in quanto queste stesse regole possono invadere la libertà – e, in generale, lo fanno.

Il grande contributo di Leoni è quello di mettere in evidenza persino ai più fedeli teorici del laissez-faire un’alternativa alla tirannia nel campo della legislazione. Piuttosto che accettare o la legge amministrativa o la legislazione, Leoni si appella ad un ritorno alle antiche tradizioni e principi della “legge fatta dal giudice” [in assenza di precedenti, ndt] come metodo per limitare lo Stato ed assicurare la libertà. Nella legge privata dell’antica Roma, nei codici civili continentali, nella common law anglosassone, “legge” non significava ciò che pensiamo oggi: promulgazione senza fine da parte di un legislatore o … Leggi tutto

Azione interpersonale: violenza.

Estratto da: Man, Economy and State, with Power and Market, cap. II, par 1.

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L’analisi nel capitolo 1 si è basata sulle implicazioni logiche dell’azione ed i suoi risultati valgono per tutte le azioni umane. L’applicazione di tali principi è stata limitata, invece, “all’economia di Crusoe” dove le azioni degli individui isolati sono considerate come a sé stanti poiché non vi è interazione tra le persone. Così l’analisi potrebbe essere facilmente e direttamente applicata al numero n di Crusoe isolati su n isole o altre aree isolate. Il compito successivo è quello di applicare ed estendere l’analisi per considerare le interazioni tra i singoli esseri umani.

6292Supponiamo che Crusoe alla fine scopra che un altro individuo, diciamo Jackson, ha vissuto un’esistenza isolata all’altra estremità dell’isola. Che tipo di interazione potrà mai avvenire tra loro? Un tipo di azione è la violenza: Crusoe può sentire un odio vigoroso verso Jackson e decidere di ucciderlo o altrimenti ferirlo. In questo caso Crusoe porrebbe fine alla sua esistenza, cioè assassinare Jackson, commettendo violenza; oppure potrebbe decidere di voler espropriare la casa di Jackson e la sua collezione di pellicce, uccidendo quindi Jackson per raggiungere questo fine. In entrambi i casi il risultato è un guadagno di Crusoe in soddisfazione, a spese di Jackson che, a dir poco, subisce una grande perdita psichica. Ciò è fondamentalmente  simile all’azione basata su una minaccia di violenza o intimidazione: Crusoe potrebbe infatti minacciare Jackson con un coltello e derubarlo delle pellicce e  scorte accumulate. Entrambi gli esempi sono casi di azione violenta e coinvolgono il guadagno di uno a danno dell’altro.

I seguenti fattori, singolarmente o in combinazione, potrebbero operare per indurre Crusoe (o Jackson) ad astenersi da qualsiasi azione violenta contro l’altro:

1. il ritenere che l’uso della violenza nei confronti di qualsiasi altro essere umano sia immorale, cioè che l’astenenersi dalla violenza contro un’altra persona sia uno scopo esso stesso, il … Leggi tutto

La Spoliazione legale nel pensiero di Frédéric Bastiat: II parte

bastiat 2Esaminiamo ora alcuni aspetti della sua teoria in maniera più dettagliata.
Come sostenitore dell’idea della legge naturale e dei diritti naturali, Bastiat era convinto esistessero dei principi morali che potessero essere riconosciuti ed elaborati dagli esseri umani e che fossero altresì suscettibili di applicazione universale. In altre parole, non possono operare contestualmente due distinti codici morali, uno applicabile ai governanti ed ai funzionari governativi, e l’altro al resto dell’umanità. Uno di questi principi universali postula il diritto inviolabile di un individuo a disporre dei propri legittimi titoli di proprietà, unitamente alla corrispondente intimazione di non violare il corrispettivo diritto altrui con la violenza o con la frode.
Secondo Bastiat: <<Vi sono solo due modi per acquisire le risorse che sono necessarie a conservare, e a rendere bella e migliore, l’esistenza: la PRODUZIONE e la SPOLIAZIONE>>. (“La fisiologia della Spoliazione”, in Sofismi Economici II ).
Continuando nello stesso saggio, egli afferma:
L’autentica e giusta legge che governa gli uomini si sostanzia <<nello scambio liberamente pattuito di un servizio per un altro>>. La spoliazione consiste nel mettere al bando con l’inganno o con la violenza la libertà di negoziare, al fine di ricevere un servizio senza rendere nulla in contropartita.
La spoliazione con la violenza è esercitata nel modo seguente: la gente aspetta che un uomo produca qualcosa e poi se ne impadronisce brandendo le armi.
Questa condotta è formalmente condannata dai dieci comandamenti: “Non rubare”.

Quando ha luogo tra individui, la condotta in parola viene definita “furto” e conduce dritta dritta in galera; quando si svolge tra gli Stati, si parla invece di conquista e porta alla gloria.
Bastiat cita i Dieci Comandamenti, il codice penale francese, nonché il dizionario dell’Accademia di Francia per definire nella maniera più chiara possibile il furto, rimarcandone la sua proibizione universale. Sulla scorta di tali definizioni, nel pensiero di Bastiat le politiche del governo francese non erano altro che “furto perpetrato con Leggi tutto

La pianificazione centrale e la degenerazione dell’istruzione

ingegneria_socialeIn Italia, come in altri paesi europei, il settore dell’istruzione ha sempre subito una notevole influenza da parte dello Stato. Sin dalla riforma Gentile del governo Mussolini, non si è smesso di assistere ad ondate di coercizione e politicizzazione del sistema educativo. L’Italia non è la sola, ma è in condizioni peggiori di tanti altri paesi in questo ambito; in ogni caso, la degradazione del concetto di“educazione” all’interno delle tradizionali istituzioni (scuola e università) continua a livello mondiale, con pochissime eccezioni. Quello che chiamiamo oggi Ministero dell’Istruzione, è un’esaltazione, una “deificazione” di un semplice e crudo organo politico, dove vi lavorano delle persone in carne e ossa. Per politicizzazione intendo la crescente influenza dello Stato in materia d’istruzione. La politicizzazione ha luogo tramite la centralizzazione di funzioni tradizionalmente tipiche della famiglia e delle istituzioni direttamente controllate da essa e tramite l’estensione delle regole, degli standard e dei controlli decisi dal Ministero. Chiaramente quest’azione ha delle conseguenze, sia a livello di istituzioni locali, sia nell’ambito della responsabilità individuale. La domanda che dovrebbe sorgere in modo spontaneo è la seguente: tali interventi regolatori, che diminuiscono la libertà e la responsabilità delle istituzioni locali, delle famiglie e degli stessi bambini/ studenti, sono giusti e apportano benefici? Per rispondere, analizzeremo le implicazioni della centralizzazione delle decisioni e delle regole di funzionamento e di organizzazione delle scuole nelle mani di un unico Organo Superiore – Il Ministero dell’Istruzione [1] – e gli effetti generali sul bambino.

Coercizione o libertà?

Le materie di studio a scuola, dove sono raggruppati 20-30 bambini per classe, sono decise in modo arbitrario, non tenendo conto, ovviamente, delle capacità e delle aspirazioni di ciascuno, e nemmeno delle esigenze famigliari. E’ ovviamente impossibile farlo a livello centrale, nel cosiddetto Ministero dell’Istruzione. Dirò di più, è impossibile prendere una decisione giusta per tutti anche se si rimane ad un livello ben più basso, a livello di scuola o di classe.  Anche le materie … Leggi tutto

Controllo delle armi e genocidi

Domenica 24 aprile 2005 ricorreva il 90° anniversario del primo genocidio del ventesimo secolo: il massacro, ad opera del governo turco, di oltre un milione di armeni disarmati. La parola chiave è “disarmati”.

I turchi riuscirono a passarla liscia nascondendosi sotto la copertura della guerra. Non subirono maggiori ritorsioni post-belliche per aver compiuto lo sterminio di massa di un popolo pacifico, rispetto a non averlo compiuto.

Altri governi presero subito nota di questo fatto. Fu visto come un precedente internazionale molto utile.

Settantanove anni dopo l’inizio di quel genocidio, l’”Hotel Ruanda” entrò in attività.

Anche gli Hutu la passarono liscia. Ironicamente, almeno dieci anni prima – non ricordo la data esatta – la rivista Harper’s aveva pubblicato un articolo in cui si prediceva quel genocidio per la seguente ragione: gli Hutu avevano le mitragliatrici; i Tutsi no. L’articolo era scritto come una sorta di parabola, non come una specifica previsione politica. Ricordo di averlo letto a quell’epoca e di aver pensato: “Se fossi un Tutsi, emigrerei”.

Essere un civile nel ventesimo secolo non fu un buon affare. Le probabilità erano contro i civili.

Cattive notizie per la popolazione civile

Il ventesimo secolo, più di ogni altro secolo nella storia documentata, è stato il secolo della disumanità dell’uomo verso l’uomo. Questa frase è memorabile, ma è anche fuorviante. Dovrebbe essere modificata così: “Disumanità dei governi verso civili disarmati”. Nel caso di genocidio, però, non è facile sminuire il crimine classificandolo come danni collaterali per un nemico di guerra. Si tratta di sterminio deliberato.

Il ventesimo secolo cominciò ufficialmente l’1 gennaio 1901. All’epoca, era in pieno corso una guerra importante, quindi cominciamo da questa. Era la guerra degli Stati Uniti contro le Filippine, i cui cittadini cullavano l’ingenua idea che la liberazione dalla Spagna non implicasse la colonizzazione da parte degli Stati Uniti. Prima su ordine di McKinley e in seguito di Roosevelt, furono inviati 126.000 soldati nelle Filippine per dare loro … Leggi tutto